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mercoledì 18 marzo 2009

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tratto da “RITORNO AD ALTRODOVE”

Lascio qui alcuni brani tratti da "Ritorno ad Altrodove" che, ricordo, è edito da Boopen e che potete trovare sul sito della casa editrice.



«RITORNO AD ALTRODOVE»

di

Daniela Gambo Bregant

Ringrazio tutti quelli che mi hanno ispirato e che non lo sanno.

Un grazie a Cristina, che ha corretto le bozze del primo paragrafo e che mi ha incoraggiato a continuare.

Grazie a Bettina ed a Stefano, che mi sono stati accanto, ad Alessio, che è il mio peggior critico e grazie poi a Federica e Max.

Un grazie speciale a Laura Negrini, che ho avuto l'onore di conoscere ed a Stefano Alfiero D'Aprile, a cui mi sarebbe davvero piaciuto fargli leggere queste righe...



In treno tra Gorizia e Trieste, Maggio 2005 – Marzo 2007

Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.





«Ritorno ad Altrodove»



PARTE PRIMA



DAGLI APPUNTI DEL PROFESSOR … DOCENTE DI CHIMICA INTRASPECIE

1 - ALTRODOVE: L’ESPERIMENTO

2 - ASTO4, CONFINE DI UN UNIVERSO

3 – DAL DIARIO:

Soggiorno su ASTO4

Le rovine sommerse

Cinque anni dopo

4 - DOLINA6

5 – A BORDO DELLA «CITRONELLA»

.. e venne l’inizio

stralcio dal diario di un Familiare

6 – MISSIONE «NOVA TERA»

Perché la CITRONELLA...

La cena di Lavinia





PARTE PRIMA



DAGLI APPUNTI DEL PROFESSOR ... DOCENTE DI CHIMICA INTRASPECIE

«Ci sono momenti, nel percorso dell’esistenza, in cui gli accadimenti sembrano venirci incontro in un alone di mistero ed assumono i contorni sfuocati della predestinazione.

La vicenda, alla quale ho assistito, mi ha segnato profondamente, benché io ne fossi stato solo un marginale spettatore - e se mai la mia presenza abbia in qualche modo disturbato i perfetti cerchi concentrici che sono propri della superficie dell’acqua quando viene colpita da una pietra, questi non erano certamente più forti della semplice brezza che increspa il cammino dell’onda...

«La nascita e la morte sono ugualmente terribili e dolorosi. Della prima non ne serbiamo memoria e della seconda, pietosamente, non ci è dato accorgercene...

Dire che ho accompagnato, attraverso la nascita e verso la morte, innumerevoli vite, può in un primo momento apparire terribile, ma ciò non fa di me un mostro. Nella mia lunga esistenza, le stagioni e gli anni si disperdono nella polvere e nella disconoscenza del trascorrere del tempo e ciò mi permette una visione di insieme dello sviluppo di una società, la quale è completamente ignara dello spettatore.

«E tutto ebbe inizio con lo schiudersi di un singolo uovo...

1 - ALTRODOVE: L’ESPERIMENTO

Il cieco istinto portò la creatura a spingere in fuori i denti per rompere la membrana che l’avvolgeva. Quella membrana era così resistente che gli occhi le si annebbiarono per lo sforzo. Non riusciva a chiedere aiuto né ad articolare alcun suono: la bocca era impastata e piena di un secreto appiccicoso e dal gusto amaro. L’impellente bisogno di sputarlo la spinse a lavorare ancora più freneticamente, agitando tutto il corpo e battendo i pugni.

Aveva vissuto intrappolata lì dentro fin dall’origine e pure ora la fame d’aria – prima d’allora sconosciuta – la spingeva a ribellarsi. Fu con un ultimo sforzo violento che il guscio che la racchiudeva cominciò a cedere. Con uno stridio, la crepa ebbe inizio. Non riusciva a metterla a fuoco del tutto, ma sentiva che era lì e continuò a spingere, puntandole contro i piedi. Il guscio cedette all’improvviso ed alla creatura sfuggì un grido soffocato. Ne emerse e l’aria fredda le penetrò dentro i polmoni facendole male. Fu così che pianse per la prima volta.



“Certo che è difficile prevedere l’imprevisto!”

La femmina roteò gli occhi ed i piccoli peduncoli ai lati della bocca vibrarono impercettibilmente.

“Ecco che viene colui che ha scoperto l’acqua calda!”

La guardò incerto ed il lampo di derisione che vide nei suoi occhi lo fecero decidere per il risentimento.

“Andiamo, non te la prendere!” disse la femmina con un sorriso.

“Credo che neppure tu avresti potuto fare di meglio! I neutri sono sempre stati imprevedibili e non avvezzi alla comunità. Non c’era altro da fare che quello che hai fatto... tutti noi abbiamo fiducia in te e ciò che è accaduto non cambierà certo le cose.”

Il maschio si passò la mano sul cranio nudo, accarezzandosi le scaglie asciutte.

La presenza di lei, malgrado non volesse ammetterlo, in qualche modo, lo rassicurava. La sua persona emanava un buon odore di pulito ed era piacevole pensare al corpo di lei, flessuoso, così vicino al suo, in un confortevole e fraterno abbraccio.

Tuttavia, nella sicurezza della sua presenza, pure si insinuava il dubbio che nemmeno lei avrebbe potuto capire davvero la portata di ciò a cui stava realmente lavorando. Era più di una sensazione: ne era certo. La consapevolezza che aveva intravisto nei movimenti del piccolo doveva per forza denotare qualcosa di più che il semplice istinto. La Legge che gli legava le mani inevitabilmente doveva venire infranta davanti al progredire della conoscenza, così come quest’ultima non poteva altro che mettersi in ginocchio davanti all’evolversi della vita.

Ma era altrettanto consapevole che la paura dell’ignoto aveva molti adepti fra la sua gente e quell’unico essere, così infinitamente piccolo ed indifeso, se portato alla luce, avrebbe davvero potuto scatenare un’insensata caccia alle streghe. Andava custodito gelosamente: per poter raggiungere la consapevolezza, era necessario covarlo nell’ignoranza.

Strinse gli occhi in due piccole fessure e guardò la femmina posare le stoviglie appena lavate sul tavolo. La luce obliqua del sole le illuminava la pelle e le sue scaglie brillavano di splendide sfumature verde smeraldo.

No, nemmeno lei avrebbe capito.

Il vociare fuori della capanna lo distolse dai suoi pensieri.

“Ed ora che accade?”

Uscirono entrambi e la fresca aria del mattino li avvolse.

Rimasero uno di fianco all’altra, nell'attesa che gli arrivati li raggiungessero. Era inusuale che qualcuno si prendesse il disturbo di arrivare fino a lì. La landa, dove dimoravano, era deserta per molte miglia. Il maschio l’aveva scelta per questo ed erano stati entrambi d’accordo che era perfetta. Le alture rocciose li proteggevano dai raggi infuocati del sole e mantenevano fresca la notte, che altrove sarebbe calata gelida. Soprattutto, la lontananza dai centri abitati assicurava loro pace e discrezione, caratteristiche indispensabili per il loro lavoro.

Quando i visitatori furono più vicini, essi poterono riconoscere le fattezze del Primo Ministro delle Scienze, accompagnato da due sudatissimi portaborse e da un divertito ed ironico Sindaco.

“Che la pioggia benedica il vostro raccolto!”



Andavano su per il sentiero tenendosi a debita distanza, un po’ per l’etichetta e un po’ a causa del sentiero accidentato.

“Sono sempre stato contrario ad ogni tipo di esperimento: la natura è qualcosa di sacro e mutevole, con cui non è bene interferire...”

Per essere un bifolco parla bene!

“In ogni modo, purtroppo, la collettività la fa da padrona e un povero ministro deve pur sapersi adattare...”

Qui fece una pausa e la bocca sottile si allargò in un sorriso sproporzionato.

“Io e lei siamo simili, mio caro Sindaco, entrambi a capo di un vascello in balia delle onde, che va opportunamente imbrigliato e guidato! Certo, nel suo caso non si può a ben diritto parlare di imponente nave da guerra!” ed il suo sorriso si trasformò in una smorfia.

Lupo con sembianze da pecora!

“Chi è nato fra queste rocce è sfortunato, ma se questi si intestardisce a volerci vivere, bé... è certo un bifolco!”

L’epiteto piaceva molto al Primo Ministro e dentro di sé andava ripetendo bifolco! Bifolco! Bifolco!

Il Sindaco, che camminava ad una certa distanza accanto a lui, pareva barcollare eppure non cadeva mai.

Il bifolco cammina con i piedi ancorati a terra!

La sua sensibilità era disturbata dal disagio del Sindaco che lo accompagnava. L’umile deferenza, di cui era solito essere oggetto, lo appagava, ma ora, con quell’essere, percepiva vagamente un’ombra di derisione, la stessa che aveva intravisto sui volti dei Consiglieri durante l’ultimo Congresso. Certo, essi parteggiavano per la guerra e vedevano cose che per lui erano incomprensibili, ma da un bifolco la cosa era inaccettabile: egli doveva pure essere sottomesso!

“Ecco che viene la fine del sentiero, finalmente!” ed era certamente ora, tenuto conto che i suoi piedi reclamavano un tiepido pediluvio!

Il Primo Ministro alzò la mano ed allargò le tre dita, sì che le membrane che le legavano si distesero rilucendo alla luce opaca del mattino.

Il maschio e la femmina, fuori della capanna, risposero al suo saluto.

“Che la pioggia benedica il vostro raccolto!” ed il Primo Ministro sospirò dentro di sé perché lunga sarebbe stata quella giornata e la sensazione che tutti i suoi sforzi sarebbero, alla fine, risultati vani, gli annodava le viscere.

Entrarono nella capanna scostando la tenda che fungeva da porta. Dentro vi era solo l’essenziale: un tavolo e due sedie in mezzo, una panca contro il muro, completamente sommersa di vesti, una vasca di pietra ancora piena d’acqua e di stoviglie e, dappertutto, libri aperti su leggii od impilati a terra accanto a cumuli di rocce – la gran parte catalogate – e casse di provviste semiaperte. Nell’angolo, in fondo, accanto al grande camino di pietra – che da solo occupava quasi tutta la parete – vicino al focolare con le braci ancora calde sotto la cenere, erano stati stesi i sacchi a pelo ancora da risistemare.

Il sole faticava ad entrare dalle piccole aperture poste subito sotto il soffitto e così un’informe massa di cera – che una volta doveva essere stata una candela – mandava ombre leggere sui muri nudi.

Bifolchi! Pensò il Primo Ministro sono tutti bifolchi!

Si fermò davanti al tavolo ed aspettò che gli venisse offerto ristoro, ma la femmina si sedette appoggiandosi le mani in grembo ed il maschio si mise dietro di lei, fissando un punto lontano. Il Sindaco, evidentemente a casa sua, aprì un barattolo appoggiato sopra il camino, annusò la polvere scura e, soddisfatto, si accinse a prepararsi una tazza di bevanda.

Il Primo Ministro sospirò e si sedette sull’altra sedia rimasta vuota. Si guardò attorno, sconsolato.

Doveva subito entrare nel discorso? Non era sua indole sconvolgere l’ordine naturale delle cose. Nella sua posizione - se ne rendeva conto - aveva ben poco potere ed ancora meno era la sua influenza riguardo questa guerra che i Consiglieri sembravano volere. S’era interrogato, sia pure per un breve momento, sull’utilità di informare questo scienziato solitario sulle oscure ragioni che aveva spinto il Consiglio a mandarlo fra quelle alture rocciose. Come un idealista, fautore dell’evoluzione comune a tutte le razze, potesse essere di qualche utilità al proprio popolo per fermare l’espansionismo dei nedoviani nel loro quadrante, non gli era ben chiaro, ma non si era sforzato nemmeno molto, di capire: pure lui poteva vedere che altre e segrete erano le ragioni dei Consiglieri.

E non voleva davvero saperle.

2 - ASTO4, CONFINE DI UN UNIVERSO

Esistono così tante leggende legate all’ALTRODOVE!

Sono in molti a credere che questo mondo parallelo non esista, altri invece lo identificano nell’universo che ogni essere senziente racchiude in sé.

Paradiso od inferno che sia, nelle mie lunghe ricerche non sono mai riuscito ad avvicinarmi all’ALTRODOVE più di quanto sia successo nel mio breve soggiorno su ASTO4. Questi è poco più di un pianeta - avamposto lontano e sperduto ai confini dello Spazio conosciuto - unico mondo con un'atmosfera a trovarsi sul limite tra il quadrante Diciotto ed il quadrante Alfa.

Nel perenne crepuscolo che lo avvolge, pacatamente scaldato com’è da una Gigante Rossa che si sta lentamente spegnendo, ASTO4 appare come una landa piatta e priva di asperità, ricoperto quasi interamente da un unico mare vischioso e brillante.

Eppure è sede di spettacolari costruzioni - certo ormai erose dal tempo – rovine di palazzi, piattaforme concepite per immense navi atte a viaggi interstellari, enormi bassorilievi di antichi titani senza volto che avevano eletto a sacro tempio della conoscenza questo minuscolo pianeta.

Ciò che ora rimane dei misteri mai del tutto svelati degli Antichi Visitatori del passato, sono queste vestigia di pietra rese lucide dal passare dei millenni. Esse sono state preservate da chi è giunto poi su ASTO4, studiate o dimenticate nei vari cicli di tempo che si sono susseguiti. Oggi sono una delle Cento Meraviglie dell'Universo dell'ALTRODOVE (le superbe C.M.U.A.) e sono state dichiarate opere protette.

Molte leggende e molti studiosi delle C.M.U.A. riportano con sicurezza che le Rovine di ASTO4 nascondino la verità sulla nascita dell'ALTRODOVE. Ma nessuno è mai riuscito a svelarne i misteri, a decodificare il linguaggio dei Visitatori ed a strappare il velo che cela - come una fitta coltre di nubi nasconde il colore del cielo - il sapere antico.

La Stele è un'altra leggenda sugli Antichi Visitatori di ASTO4. Allora il pianeta aveva un altro nome, era detto SOLIENTE, colui che dorme senza memoria e da sempre questa pietra grigia striata d'azzurro, che è la Stele del Soliente, esercita una forte attrazione per le creature medianiche che provengono dall'universo dell'ALTRODOVE. Forse il perché ASTO4 sia considerato la porta che conduce all’ALTRODOVE risiede nel suo essere un mondo d'acqua, dove i cicli del mare e delle piogge regolano tutte le vite che si fermano qui. Non ci sono indigeni e benché l'aria sia dolce e respirabile, su questo mondo non è mai sbocciata la vita senziente, solo alghe che si nutrono di sale e fiori enormi e meravigliosi che vivono poche ore, il tempo per riempirsi d'acqua e trasformarsi in enormi otri. È l'acqua del cielo l'unica potabile e priva di veleni. Ora su ASTO4 sono stati costruiti enormi contenitori per la raccolta dell'acqua - essi svettano imponenti come tozze costruzioni grigie e circondate da grosse condutture - ma quando vennero i primi esploratori questi utilizzarono le enormi uova dei fiori che raccolgono la pioggia.

Dico uova perché sembrano proprio uova... sono grandi alcuni metri di diametro, gonfie e lucide e sono spesse un paio di centimetri. Sono lisce come pietra lucidata, di un colore bronzeo.

E puzzano.

Mentre i fiori sono profumati - vagamente ricordano il sapore della pesca - le uova d'acqua, vengono chiamate così, hanno un forte e pungente odore di salsedine misto ad un acre sentore di alghe putrescenti.

Si trovano un po' dappertutto, disseminate sulla terraferma.

Esse rifuggono il mare: le piante sembrano non attecchire dove la concentrazione del sale è maggiore, poiché quello è il regno delle alghe. Sono, queste, organismi unicellulari e sono così numerose che la grande distesa d’acqua, che avvolge il pianeta, brilla luminescente la notte, come una gigantesca medusa palpitante e verdastra.



Come capitai a visitare ASTO4 fu soltanto per caso, la meta inusuale dettata dalla curiosità verso ciò che comunque non ho mai veramente compreso. Ma vi andai soprattutto per Jorya.

Jorya è la mia donna-gatto, dai lunghi capelli azzurrastri, la mia personale ossessione che mi ignora e che da due giorni si aggira sul limitare del mare, nervosa e tesa e senza mai stancarsi.

Quando Jorya fu iniziata alla Conoscenza e, per la prima volta, entrò in contatto con il mondo medianico che risiede su ASTO4, essa fu portata alla presenza della Stele per poter essere contrassegnata. Non so se la Stele esista veramente nel VERODOVE o se si trovi in un universo parallelo e raggiungibile solo dai mediatici, Jorya non ha mai voluto o potuto parlarmene, ma essa ha lasciato il suo segno, simile ad un tatuaggio indelebile, che la marchia in questa sua paura dell'acqua.

Lei porta i capelli lunghi, sempre sciolti e sempre freschi di shampoo. Da che io ricordi, lei ha sempre odorato di vaniglia. È più di un profumo, è qualcosa che traspira dalla sua pelle e che esce dalla carne stessa. È alta e filiforme e si muove con l'agilità di un gatto, senza alcun rumore e priva di gesti bruschi e se non fosse per quella sua essenza di vaniglia che lascia sulle cose che tocca o nell'aria delle stanze che attraversa, potrei anche non accorgermi della sua presenza. I suoi lineamenti, i suoi tratti sono vagamente alieni: occhi troppo grandi e scuri - in cui le pupille si confondono con l'iride - bocca troppo larga e denti troppo piccoli ed appuntiti.

Il mio incontro con lei non è stato un vero e proprio incontro. Potrei descrivere quel giorno - e forse lo farò - ma è più esatto dire che prima non la conoscevo e dopo semplicemente lei c'era. Senza che me ne accorgessi, giorno dopo giorno, quella strana creatura è entrata nella mia vita, l'ha invasa e l'ha riempita di dolce musica e di essenza di vaniglia.. e poi - lentamente e senza darlo a vedere - l'ha riempita e resa impossibile da vivere senza di lei.

continua



5 – A BORDO DELLA “CITRONELLA”

Quella porta chiusa, grigia e fredda, pareva un ostacolo insormontabile. Appoggiò una mano sul metallo.

Posso sentire il tuo respiro al di là della paratia...”



Guardava fisso davanti a sé, mentre, sullo schermo, le carte stellari si susseguivano lentamente, secondo l’ordine che aveva impartito. Ma i suoi pensieri erano lontani. Rivedeva gli occhi di lei, dalla sfumatura del colore dell’oro, spalancati ed assonnati e risentiva il suo respiro e le sue mani fredde e lontane. Come se in quel momento, lei fosse stata l’inizio ed anche la fine.

La stanza odorava dei profumi del bagno. Si passò la mano fra i capelli ancora bagnati. Non sapeva nemmeno pronunciare il nome di lei e, stranamente, non aveva importanza. Il cicaleccio della porta interruppe i suoi pensieri.

“Avanti” ma nessuno rispose. Si alzò e fece scattare l’apertura manuale. Rimasero a guardarsi per un lungo istante.

“Posso entrare?”

“Veramente” si guardò attorno “stavo per andare a dormire.”

Ed ad un tratto si sentì quasi a disagio per la maglietta ed i pantaloni di felpa leggera. Lei parve non accorgersene o, forse, non lo stava guardando nemmeno. Era lì in attesa, lo sguardo oltre la sua spalla, estranea ed inavvicinabile, irreale come se la sua anima fosse altrove. Avrebbe dovuto mandarla via, non permetterle di toccarlo.

“Vieni” le disse e, mentre lei entrava, era come se lui perdesse una parte di se stesso.



Dopo, con la testa di lei appoggiata nell’incavo del braccio, cercò di riannodare i fili di quella storia. Lei dormiva e lui vegliava. Ed a tenerlo sveglio la consapevolezza che avrebbe anche potuto amarla, ma che lei non gli avrebbe dato più di quello che gli dava ora e non bastava.

Chiuse gli occhi e, mentre il profumo di lei lo avvolgeva, si lasciò sommergere dalla stanchezza. Rimase un momento indeciso, sull’orlo del baratro, poi scivolò giù, piano, nel sonno.



Quando si svegliò, lei non c’era.

“Bene” pensò. Non avrebbe saputo cosa dire.

Il profumo del caffè saturò l’aria della cabina. Il silenzio aveva un che di familiare ed il computer sul tavolo emetteva un leggero brusio.

Sono in attesa di un suo comando.”

Il computer aveva sensori un po’ dappertutto e l’intera nave ne costituiva il corpo. Lo avevano dotato di una voce maschile, dolce e suadente, ma a volte pareva assumere una nota di derisione per gli umani che vivevano dentro di lui. Certo avrebbe preferito di gran lunga la voce monotona e priva di inflessioni delle versioni precedenti.

Durante la nostra rotta verso NOVA TERA, con una deviazione di pochi anni-luce, saremo in prossimità di un interessante sistema binario ancora in fase di formazione. Penso che sarebbe davvero di grande interesse poterlo studiare...”

Il sapore del caffè era decisamente forte.

... le nostre direttive principali possono ritenersi compatibili con tale rotta...”

Lo zucchero era rimasto in fondo alla tazza e l’ultima parte del caffè era particolarmente dolce.

Dopo un attimo di silenzio la voce del computer riprese:

Ha avuto una buona notte, Capitano?”

Alzò lo sguardo sul sensore e si chiese se ci fosse dell’ironia in quella voce, qualcosa che potesse denunciare una qualche forma di autocoscienza. Ignorò la domanda ed appoggiò la tazza di caffè sul tavolo. Si sedette davanti alla tastiera e si passò la punta della lingua sui denti.

Iniziò il lavoro.

...continua



.. e venne l’inizio

La luce pulsava piano come una piccola medusa nell’acqua cheta. Nell’oscurità dell’hangar, pareva un piccolo gioiello abbandonato. La presenza dell’ALTRODOVE era prepotente, quasi tangibile e l’Eterea ne era invasa. Il suo corpo, a tratti, perdeva quasi consistenza e diveniva ombra luminosa. In quei momenti, ella poteva intravedere le alture desertiche attorno a lei, il calore che le era familiare perché insito nella sua stessa carne.

Scorgeva i tre soli che rendevano l’ALTRODOVE privo di vita ed il cui calore sgretolava i sassi e li tramutava in polvere. I suoi piedi nudi scivolavano sull’impiantito dell'hangar ed affondavano allo stesso tempo nella sabbia. Erano sensazioni contrastanti, di freddo metallo e di terra calda e penetravano in lei, avvolgendola in un duplice mantello che la copriva e la spogliava insieme.

Si accovacciò ad un paio di metri di distanza dalla fonte della luce. Forse qualcosa si muoveva dentro di essa, ma era lì davvero?

Oppure era dall’altra parte, oltre quegli squarci che si aprivano attorno a lei. Con le dita, tastò la terra attorno ed i bracciali che portava al polso risuonarono contro il pavimento dell’hangar. La luce diveniva ora più intensa, si ingrandiva ad ogni battito ed avanzava verso l’Eterea come la fiamma di una candela verso uno spiraglio d’aria. La luminescenza si spandeva, allungandosi avida verso la figura accovacciata, simile ad una mano protesa. Gli occhi dell’Eterea erano splendidi ed il colore oro dell’iride brillava vivido, immersi nell’aria rarefatta dell’ALTRODOVE.

Esseri nuovi, brulicanti, erano attorno a lei. Emanavano un odore penetrante, simile a legno bruciato. Erano nudi - qualcosa di simile tra una mantide ed un essere antropomorfo - con braccia esageratamente lunghe, e con aculei simili a spine conficcate nella pelle. Avevano mani prensili che, però, non erano davvero delle mani. La testa schiacciata era sormontata da grandi occhi verdi, la pelle cerulea e spessa, simile al cartone, vibrava come una tela tesa al vento. Si stringevano gli uni contro gli altri, si sormontavano, cadevano e venivano sommersi dai loro compagni. Non erano più alti di una trentina di centimetri e dalla bocca spalancata uscivano squittii modulati da una strana membrana posta dietro i denti aguzzi.

I versi salirono di tono all’improvviso ed i movimenti di quegli esseri si fecero più frenetici: come un’onda, la paura sommerse l’Eterea.

“Ecco che viene...” e fu come se l’aria dell’ALTRODOVE prendesse forma. I corpi degli esseri furono attraversati da brevi scariche azzurrastre ed il sibilo del vento torrido si fece sentire. Le prese la nausea e la pelle degli esseri cominciò a sfrigolare, a spaccarsi e venne anche il dolore. Alcuni si nascosero sotto i corpi di quelli che morivano e furono loro quelli che si salvarono.

«L’Anomalia nasce dal cielo e scende dolcemente, simile ad un’aurora boreale, rischiara il crepuscolo e colora l’alba. Il suo divenire è più devastante del fuoco, perché brucia con il solo soffiare del suo respiro...»

L’Eterea respirava affannosamente. Si strinse le mani al collo: brividi di freddo percorrevano la sua pelle perché l’hangar della nave non era riscaldata ed, allo stesso tempo, le era difficile respirare perché l’aria dell'ALTRODOVE era torrida. Poi trascorse un istante che si dilatò nel tempo e, lentamente, attorno a lei, i colori e le grida si stemperarono in lontananza. Rimasero solo gli echi delle grida di chi era morto.

I suoi occhi non riuscivano a vedere, erano ancora pieni di luce e faticavano a riabituarsi alla penombra.



Forse sono passati pochi minuti o forse delle ore.

L’Eterea si alza in piedi e la certezza di essere viva calma i battiti del suo cuore. Quando, piano, torna a vedere, l’aspetto familiare della CITRONELLA la tranquillizza. Ha un sapore amaro in bocca ed una leggera stanchezza si impadronisce del suo corpo.

Non le sono sconosciute queste fusioni della mente con l’ALTRODOVE. Esse, durante l’infanzia, hanno popolato i suoi sogni e poi, quando è cresciuta, si sono manifestate nella veglia.

Raramente, però, ha assistito al potere di un’Anomalia.

L’ALTRODOVE è fatto di malinconia e di calore, di sabbia e di alture desertiche. Esso la chiama a sé nei momenti dolci dell’alba, quando i suoi tre soli sorgono insieme.

L’ALTRODOVE è un mondo privo di vita, popolato solo da entità incorporee che sono incapaci di evolversi e di adattarsi al VERODOVE. Il vento caldo, che instancabilmente spazza l’ALTRODOVE, ha la delicatezza della brezza ed insieme la devastante forza dell’uragano. Mai aveva incontrato esseri dotati di corporeità fra quelle alture rocciose. Qualcosa era stato alterato, lo sentiva con ogni fibra del suo corpo: l’ALTRODOVE si stava risvegliando!

Quando alzò il braccio verso il passamano delle scale che conducevano fuori dell’hangar, vide la sua mano perdere di consistenza e le dita farsi trasparenti. Si guardò prima il dorso delle mani e poi il palmo e vi vide, attraverso, la parete di fronte.

Durò solo per un istante, poi tutto tornò come prima.

«È ancora più spaventoso allora: non solo l’ALTRODOVE si sta risvegliando, ma acquisisce forza... egli si insinua nel VERODOVE, assorbendone la materialità per trasformarlo in calore…

«Ed il processo è già cominciato.

...continua



Stralcio dal Diario di un Familiare

«Jorya, Jorya, Jorya, mia dolce follia, come può qualcuno non trovarti irresistibile?

Le tue unghie sottili graffiano nervose il lucido tavolo della biblioteca “ticchete e ticchete” fanno monotone ed il suono sembra amplificato per il silenzio che c’è.

«Quest’oggi mi hai volutamente ignorato e lo capisco: questa lunga attesa sfibra anche me. Il viaggio sembra non finire mai. La distanza tra i pianeti sembra dilatarsi così come i tuoi minacciosi occhi verdi... non posso non notare il brivido che ti percorre la schiena ogni qualvolta avverti la presenza dell’Eterea.

«Ella è alta ed evanescente: in certi momenti traspira dal suo corpo la dolcezza delle forme e poi, ad un tratto, è vacua e filiforme come un’ombra. Sembra apparire e svanire, in perenne trapasso tra ALTRODOVE e VERODOVE...

«I suoi lunghi capelli scuri le scendono fin oltre i fianchi e le incorniciano il volto dalla pelle chiara. I suoi occhi appaiono troppo grandi, la pupilla si perde in un’iride color dell’oro e le ciglia sono chiare. Le sue mani hanno dita lunghe e perfette e le sue labbra sono pallide, quasi esangui. È una creatura che appartiene alla sabbia calda delle distese desertiche dell’ALTRODOVE. Esseri empatici ed inquietanti che, al tempo delle Grandi Colonie, furono etichettate come streghe e relegate su piccoli pianeti lungo il confine dell’Universo conosciuto. Molte di loro fecero ritorno all’ALTRODOVE e lì vi rimasero, sommerse dai suoi vortici.

«È singolare che proprio qui, su una nave umana, ci sia un’Eterea e che proprio qui essa sembra vivere una vita reale. Mi chiedo fino a che punto, mia dolce Jorya, tu ne subisca l’influenza.

«È a causa sua se la nave sembra non arrivare mai?

continua



6 – MISSIONE «NOVA TERA»

I sensori direzionali della Stazione orbitante erano stati disattivati a causa di alcuni problemi al computer automatico, sicché essi non permettevano l’allineamento tra le orbite della CITRONELLA e di DOLINA6 in tutta tranquillità. Per questo la nave interstellare attraccò alla Stazione con tre giorni di ritardo e lo fece con una manovra di avvicinamento che fu eseguita magistralmente dal giovane pilota della CITRONELLA, senza l’ausilio del corridoio di aggancio. Egli era forse il più giovane pilota in servizio ed era stato assegnato alla CITRONELLA da poco. Era allegro ed impulsivo tanto quanto il capo-pilota era severo e burbero. Quest’ultimo aveva forse cinquant’anni e, si diceva, era nato su una consolle di guida. Aveva un portamento rigido ed un corpo massiccio, forgiato da lunghi e duri allenamenti che si infliggeva quotidianamente: se non era in sala comando certamente lo si poteva trovare nella palestra della nave. Quando la manovra di attracco fu completata, il giovane pilota si applaudì da solo ed il capo-pilota lo fulminò con lo sguardo, senza peraltro dire una parola. Il Capitano gli si avvicinò e disse solo “bel lavoro!” e gli occhi del pilota brillarono soddisfatti.

DOLINA6 riempiva tutto lo schermo principale. Con le sue enormi sfere collegate fra loro da giganteschi corridoi, pareva un’immensa molecola di qualche materiale sconosciuto, immersa in un mare primordiale e senza luce. Brillava di riflessi rossastri e lentamente ruotava su se stessa: ora anche la CITRONELLA ruotava insieme con lei.

Propulsori principali e secondari spenti” avvertì il computer.

continua

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