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domenica 8 marzo 2009

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8 marzo FESTA DELLE DONNE

Questa notte, alle 24, si concluderà la giornata dedicata alla donna. Molte di noi riceveranno un piccolo rametto di mimosa: un alberello dal tronco leggero, con foglie e fiori simili a piumini.



Io ne ho una splendida in giardino... e la mia figlia più piccola - ha solo due anni e mezzo - si è divertita a staccare tutti i batuffoli gialli, che adornavano i rametti in basso, per spargerli a pioggia sull'erba! Ma quante di noi conoscono il significato di questa giornata?


Questa giornata nasce come simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso della sua lunga e difficile strada verso l’emancipazione. Il giorno dell’8 marzo era e dovrebbe rimanere in noi, come un momento di riflessione sulle lotte che le donne hanno dovuto combattere ed ancora combattono in ogni parte del mondo, per la conquista della propria identità come esseri umani di pari diritti. Diritti non sempre riconosciuti ed anche per questo di immenso valore.


(tratto da “WIKIPEDIA”):


“Sull'origine di questa giornata esistono delle leggende; una di queste riguarda in Italia il settimanale "La lotta", edito dalla sezione bolognese del Partito Comunista Italiano, che nel 1952 pubblicò una storia rivelatasi poi un falso storico. Il settimanale comunista sostenne in un suo articolo che l'origine della festa sarebbe risalita ad un grave fatto di cronaca avvenuto nel 1908 a New York: alcuni giorni prima dell'8 marzo, le operaie dell'industria tessile Cotton iniziarono a scioperare per protestare contro le condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero proseguì per diversi giorni finché l'8 marzo Mr. Johnson, il proprietario della fabbrica, bloccò tutte le vie di uscita; lo stabilimento venne devastato da un incendio e le 129 operaie prigioniere all'interno non ebbero scampo.


Questa leggenda è frutto di un'elaborazione romanzata di un gravissimo incidente realmente avvenuto, l'incendio che nel 1911 colpì la Triangle Shirtwaist Company di New York.


La Triangle Shirtwaist Company produceva le camicette alla moda di quel tempo, le cosiddette shirtwaist.


Di proprietà di Max Blanck e Isaac Harris, occupava i 3 piani più alti del palazzo a 10 piani Asch building a New York City, nell'intersezione di Greene Street e Washington Place, poco ad est di Washington Square.

La compagnia occupava circa 500 lavoratori, la maggior parte giovani donne immigrate dalla Germania, dall'Italia e dall'Europa dell'est. Alcune donne avevano 12 o 13 anni e facevano turni di 14 ore per una settimana lavorativa che andava dalle 60 ore alle 72 ore. Pauline Newman, una lavoratrice della fabbrica, dichiara che il salario medio per le lavoratrici andava dai 6 ai 7 dollari la settimana.

La Triangle Shirtwaist Company era diventata già famosa fuori dall'industria tessile prima del 1911: il massivo sciopero delle operaie tessili iniziato il 22 novembre 1909, conosciuto come protesta delle 20.000, iniziò come una protesta spontanea alla Triangle Company.

La International Ladies' Garment Workers' Union negoziò un contratto collettivo di lavoro che copriva quasi tutti i lavoratori dopo uno sciopero di 4 mesi, ma la Triangle Shirtwaist rifiutò di firmare l'accordo.

Le condizioni della fabbrica erano quelle tipiche del tempo. Tessuti infiammabili erano immagazzinati per tutta la fabbrica, scarti di tessuto sparsi per il pavimento, gli uomini che lavoravano come tagliatori a volte fumavano, l'illuminazione era fornita da luci a gas aperte e c'erano pochi secchi d'acqua per spegnere gli incendi

Il pomeriggio del 25 marzo 1911, un incendio che iniziò all'ottavo piano della Shirtwaist Company uccise 146 operai di entrambi i sessi. La maggioranza di essi erano giovani donne italiane o ebree dell’Europa orientale. Poiché la fabbrica occupava gli ultimi tre piani di un palazzo di dieci piani, 62 delle vittime morirono nel tentativo disperato di salvarsi lanciandosi dalle finestre dello stabile non essendoci altra via d'uscita.

I proprietari della fabbrica, Max Blanck e Isaac Harris, che al momento dell'incendio si trovavano al decimo piano e che tenevano chiuse a chiave le operaie per paura che rubassero o facessero troppe pause, si misero in salvo e lasciarono morire le donne. Il processo che seguì li assolse e l’assicurazione pagò loro 445 dollari per ogni operaia morta: il risarcimento alle famiglie fu di 75 dollari.

Migliaia di persone presero parte ai funerali delle operaie.”

Al di là di questo singolo fatto, ci sono altri drammi - migliaia e sconosciuti, intimi e familiari - che non conosciamo e penso alle donne che nascono e vivono in quei paesi arabi e musulmani che sono terre misteriose e splendide, con una cultura affascinante ed antica, ma che, spesso, considerano la donna meno che un oggetto, totalmente priva di diritti e di umanità. Ma anche le violenze che le donne subiscono nel nostro paese, in Europa – la vecchia e cara Europa! – ancora piena di mille pregiudizi e della cultura dell’uomo-padrone.

Credo davvero che siamo noi, madri ma prima di tutto donne, a dover insegnare alle nostre figlie ad amarsi in quanto persone ed ad insegnare ai nostri figli a divenire quegli uomini capaci di riconoscere, in una donna, uno splendido essere umano così diverso da loro ed allo stesso tempo uguale. Perché, a dispetto di tutta la nostra conoscenza e di tutta la nostra cultura, ancora uomini e donne non hanno costruito un punto di contatto e non sanno come tendersi la mano…



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